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Maurizio Sarri all’ultima curva, questione di stile ma anche di risultati

La Juventus è ad un passo dalla conquista del suo 9° titolo consecutivo che sarà per la prima volta firmato Maurizio Sarri. Lo scrivo ben conscio che se il tecnico toscano mi leggesse passerebbe alla sua ormai divenuta celebre “grattatina” dove non batte mai il sole, a meno che non ci si trovi nella spiaggia di S’Aigua Blanca ad Ibiza, piuttosto che nella nostrana Bassona di Fosso Ghiaia, nei lidi ravennati.

Da sempre si dice, ed io ne sono estremamente convinto, che chi vince ha sempre ragione e così, anche per il bistrattato Maurizio da Figline Valdarno, la regola non deve fare eccezione. Se la Vecchia Signora conquisterà il titolo Maurizio Sarri sarà l’allenatore della squadra Campione d’Italia. C’è un però, quello per il quale tutto il popolo bianconero ha rafforzato la propria ostilità nei confronti del tecnico ex Napoli, e questo va ricercato nei modi con i quali la Juventus, targata Sarri, è arrivata alla conquista, o più correttamente sta per arrivare alla conquista, del suo 9° scudetto consecutivo.

Sì perché nessuno, e qui sfido la legge dei numeri, si sarebbe mai aspettato che Madama sarebbe arrivata alla vittoria finale così come sta per arrivarci questa squadra evidentemente male assortita, giocando un calcio molto poco sarriano, evidenziando scarsa compattezza di gruppo, con un gioco qualitativamente piuttosto discutibile e con una fragilità mai così evidente nella Juventus dell’era Andrea Agnelli.

Che Maurizio Sarri non fosse la prima scelta di Agnelli è cosa nota anche su Marte, che Maurizio Sarri non fosse l’emblema dello stile o dell’eleganza da accostare al marchio di fabbrica della famiglia Agnelli non deve esser interpretato in maniera offensiva, ma è un palese dato di fatto. Nemmeno Allegri, quando fu nominato allenatore capo a seguito della fuga dell’ormai acerrimo nemico Antonio Conte, arrivò tra i favori della tifoseria o i salti di gioia della piazza. Max seppe però conquistare la fiducia e la stima della gente strada facendo, rafforzando il binomio immagine-risultati che al tecnico di Figline Valdarno non potrà mai riuscire.

Non perché Maurizio Sarri sia un incapace, o perché Maurizio Sarri non possa diventare un vincente, molto più semplicemente perché certe caratteristiche come lo stile o un certo tipo d’immagine ce li hai, oppure non li compri. Il talento non lo acquisti al supermercato, così come la classe non la compri in una concessionaria di auto di lusso.

L’errore più grande commesso da Maurizio Sarri nella sua prima stagione in bianconero è quella di aver scelto di scendere a compromessi. Tutti sapevano, lui per primo, che ci sono piazze in cui puoi giocare in una certa maniera che avrai sempre tutto di guadagnato, ci sono piazze in cui puoi permetterti cose che in altre non ti sono concesse. A Empoli prima e a Napoli poi, il tecnico toscano conquistò tutti per la bellezza del suo calcio, a Londra sponda Chelsea, lo stesso tipo di calcio fu improponibile per le caratteristiche di alcuni giocatori. A Torino era evidente che avrebbe dovuto cambiare il suo modo di fare calcio per la presenza di alcuni giocatori, diciamo così, determinanti sì ma sicuramente vincolanti.

Così l’ibrido scaturito per cercare di salvare capre e cavoli lo ha messo nella condizione di porsi in una posizione di assoluta debolezza, soprattutto agli occhi di chi decise, saltata la possibilità di affidare la squadra ad altro allenatore, che Sarri sarebbe stata l’alternativa giusta e migliore per proporre a Torino un calcio meno speculativo, più tecnico e soprattutto più europeo.

Le attese sono andate deluse perché, anche se chi vince ha sempre ragione, qualcuno alla Continassa aveva ben altre aspettative. Il Covid-19 potrebbe aver scombussolato i piani e forse aver messo una pezza, ma un’altra stagione così non sarebbe tollerata. Puoi esser brutto, privo di stile, ma maledettamente efficace e vincente. Solo così puoi pensare di salvare la pelle perché in fondo, lo disse per primo Gianpiero Boniperti: “Vincere non è importante è l’unica cosa che conta“.

Pubblicato da Luca Gramellini

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