Il caso Bastoni-Kalulu e la politica
Nel calcio italiano contemporaneo esiste un problema che va ben oltre il singolo episodio tecnico o arbitrale: è il clima che si costruisce attorno agli eventi e la narrazione che si decide deliberatamente di alimentare. Il caso Bastoni-Kalulu rappresenta l’ultimo, emblematico capitolo di una deriva ormai evidente, nella quale non si discute più dei fatti ma di come manipolarne la percezione.
La discesa in campo della politica, con le vergognose parole pronunciate dalla seconda carica dello Stato Ignazio La Russa e dal primo cittadino di Milano Giuseppe Sala, segna infatti un punto estremamente grave: non solo si è falsata la percezione di una partita, ma si è tentato di spostare l’attenzione dal problema reale, riversandola sulla squadra danneggiata, evocando episodi del passato totalmente incomparabili per contesto e natura. In questo senso, il caso Bastoni-Kaluku diventa il simbolo perfetto di una strategia comunicativa che mira a confondere piuttosto che chiarire.
LE parole di Marotta e la strategia della distrazione
In questo quadro si inseriscono perfettamente anche le dichiarazioni rilasciate da Beppe Marotta a margine dell’assemblea di Lega Serie A. Il massimo dirigente nerazzurro ha sì smentito il proprio allenatore, ammettendo l’errore commesso in campo da Bastoni — circostanza difficilmente contestabile — ma lo ha fatto con il classico atteggiamento di chi sente la necessità di distogliere l’attenzione dal merito della questione.
Non a caso, subito dopo aver riconosciuto l’evidenza, ha evocato presunti torti subiti nelle passate stagioni, arrivando persino a tirare in ballo vecchi episodi arbitrali e polemiche lontane nel tempo chiamando in causa la Juventus e Cuadrado. Un richiamo fuori contesto che ha mostrato una evidente mancanza di eleganza istituzionale, soprattutto considerando il ruolo e il peso politico (e torniamo sempre lì) che Marotta esercita oggi nel sistema calcistico italiano. Ancora una volta, il caso Bastoni-Kalulu è stato trasformato da questione oggettiva a terreno di propaganda narrativa.
Doppi standard e memoria selettiva nel calcio italiano.
È bene ricordare che parliamo del dirigente più potente e influente del campionato: lo stesso che, dopo un episodio arbitrale discutibile nel big match dello scorso ottobre, si presentò davanti alle telecamere per chiedere rispetto verso la propria società. Un principio sacrosanto, certo — ma che dovrebbe valere sempre, non solo quando a sentirsi penalizzati sono i propri colori.
Il punto centrale del caso Bastoni-Kalulu è proprio questo: la memoria selettiva e il doppio standard con cui vengono raccontati episodi simili a seconda delle convenienze narrative del momento.
Narrazione mediatica e responsabilità delle istituzioni.
La verità, per quanto scomoda, è che il “gregge” tende ad abbeverarsi di ciò che preferisce leggere o ascoltare. E proprio per questo la responsabilità delle istituzioni — calcistiche e, ancor più gravemente, politiche — dovrebbe essere quella di raffreddare gli animi, non di incendiarli.
Invece, nel caso Bastoni-Kalulu, si è assistito all’ennesimo tentativo di alimentare retropensieri, spostare il dibattito e costruire una narrazione utile più agli interessi di parte che alla verità sportiva.
Quando si sceglie consapevolmente di evocare fantasmi del passato e manipolare il contesto mediatico pur di evitare di affrontare i fatti, il danno va ben oltre una singola partita: si contribuisce a rendere il calcio italiano sempre meno credibile, sempre più polarizzato e sempre più prigioniero di logiche tribali.
Ed è proprio questo, in definitiva, il vero problema che il caso Bastoni-Kalulu ha ancora una volta portato alla luce.