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Juve: quale il tuo vestito?

Analisi e riflessioni su una squadra piena di buone intenzioni ma ANCHE DI EVIDENTI LIMITI STRUTTURALI

Igor Tudor si ritrova oggi a dover fare il sarto con un tessuto che non è stato pensato per il suo taglio. La Juventus che ha ereditato è un mosaico di giocatori difficili da incastrare, una rosa che sembra costruita per tutto fuorché per il calcio che il tecnico croato vorrebbe proporre.

Il 3-4-2-1, marchio di fabbrica di Tudor, sulla carta ha logica e struttura. Ma nella pratica si regge su pilastri che non ci sono. Il centrocampo, cuore pulsante del sistema, è il primo grande punto debole: manca il fuoriclasse, il riferimento tecnico e tattico capace di dare ritmo, geometria e personalità. Si lavora di quantità, raramente di qualità. E quando le partite si alzano di livello, la Juventus si ritrova nuda al centro del campo, incapace di controllare il gioco o di imporre i propri tempi.

Poi c’è il tema dell’attacco. Nel 3-4-2-1 serve un centravanti capace di fare reparto da solo, di tenere palla, lavorare spalle alla porta e creare spazi per gli inserimenti dei trequartisti. Ma questa Juve, semplicemente, non ce l’ha. Le punte in rosa si muovono meglio in coppia, faticano a isolarsi, e così il gioco offensivo si spegne, diventando prevedibile e sterile.

Il 3-5-2, sulla carta, potrebbe offrire più equilibrio. Con Cambiaso e Joao Mario larghi, la squadra guadagna ampiezza e copertura, ma perde estro e fantasia: Conceicao e Zhegrova, gli unici in grado di saltare l’uomo e inventare qualcosa, resterebbero ai margini. E anche in questo caso, la coperta è corta: non ci sono ricambi veri sulle fasce.

L’opzione della difesa a quattro esiste, ma resta più teorica che reale. Perché i terzini, semplicemente, non ci sono. Cambiaso e Joao Mario sono quinti naturali, giocatori che rendono quando hanno campo da attaccare e libertà di spinta, non quando devono presidiare la linea e leggere i movimenti difensivi come terzini puri.

L’unico modulo che potrebbe far respirare la Juve è il 4-3-3, o meglio un 4-3-2-1 fluido, con un centrocampo a tre che permetta a Koopmeiners di agire da mezzala, di inserirsi e incidere nella metà campo avversaria. Almeno così si eviterebbe l’inferiorità numerica in mezzo e si valorizzerebbero le poche qualità tecniche presenti. Ma anche qui, la panchina corta limita qualsiasi velleità di continuità.

In sintesi: questa Juventus è una squadra mal costruita, frutto di scelte scollegate tra loro e di una visione tecnica che non ha mai trovato una direzione chiara. Tudor si trova con un gruppo sbilanciato, inadatto a esprimere un’identità precisa, e costretto a reinventarsi di settimana in settimana.

Il tecnico croato dovrà quindi fare quello che, paradossalmente, non ha mai fatto davvero la società: dare forma a ciò che oggi è solo un insieme di buone intenzioni. Dovrà sviluppare più abiti tattici, più piani di gioco, più soluzioni. Perché se la Juventus vuole tornare competitiva, non può più permettersi di essere prigioniera di un modulo o di un’idea astratta. Servono adattabilità, coraggio e lucidità.

Solo così Tudor potrà far rendere davvero una squadra che, per come è stata costruita, sembra ancora alla ricerca di sé stessa.

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Pubblicato da Luca Gramellini

Laureato in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Bologna da sempre affascinato dal giornalismo sportivo. Scrivere è sempre stata una passione. Essere apprezzati dipende da noi stessi, ma resta un privilegio. Non smettete mai di cullare i vostri sogni. Credeteci sempre e lottate per raggiungerli. Credete in voi stessi. I sogni si avverano.

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