La richiesta di archiviazione depositata dai procuratori di Milano Marcello Viola e Paolo Ielo rappresenta, con ogni probabilità, il punto di svolta dell’inchiesta che negli ultimi mesi ha acceso il dibattito attorno alle intercettazioni riguardanti l’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi e, tra gli altri, il responsabile delle competizioni della Lega Serie A, Andrea Butti, e il responsabile dell’Ufficio Legislativo della FIGC, Giancarlo Viglione.
Il decreto è stato firmato dai pubblici ministeri e adesso spetterà al GIP valutarne l’eventuale archiviazione definitiva. Sul piano penale, dunque, la vicenda sembra ormai destinata a esaurirsi. Resta però un’altra partita, quella della giustizia sportiva, sulla quale il procuratore federale Giuseppe Chinè è chiamato a esprimersi.
È altrettanto vero che il ridimensionamento dell’inchiesta operato dalla Procura di Milano lascia immaginare che difficilmente arriveranno conseguenze anche in ambito federale. Sarebbe tuttavia un errore confondere l’assenza di rilievi penali con l’assenza di interrogativi sotto il profilo dell’opportunità istituzionale.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Perché definire oggi quelle intercettazioni come semplice “fuffa” o ridurle a “mere illazioni” appare francamente difficile. Le conversazioni emerse raccontano di arbitri ritenuti graditi, di altri considerati sgraditi in funzione di uno “score” particolarmente negativo maturato con l’Inter e di interlocuzioni che, quantomeno sul piano dell’immagine, avrebbero dovuto imporre ben altre riflessioni.
L’intercettazione nella quale Gianluca Rocchi afferma testualmente: “Vogliono Colombo, glielo mando” continua a rappresentare uno dei passaggi più delicati dell’intera vicenda.
Vogliono chi? E soprattutto: chi sono quel “vogliono”?
Per quale motivo un designatore arbitrale dovrebbe ricevere telefonate o comunque confrontarsi con soggetti estranei al processo delle designazioni? Perché dovrebbe sentirsi nella condizione di dover rendere conto a figure diverse dai propri superiori gerarchici? Sono domande che, ancora oggi, attendono una risposta convincente.
Così come resta difficile ignorare un’altra intercettazione nella quale lo stesso Rocchi si lamenta affermando che “quelli dell’Inter” gli avrebbero “rotto i coglioni”. Anche in questo caso non si tratta di prove di responsabilità penali, ma di conversazioni che descrivono un rapporto certamente poco rassicurante tra chi deve garantire imparzialità assoluta e soggetti appartenenti al mondo calcistico.
A rendere la vicenda ancora più controversa è poi la motivazione che avrebbe portato alla mancata acquisizione di telefoni cellulari e computer dei soggetti coinvolti. La giustificazione secondo cui tali sequestri non sarebbero stati effettuati per evitare un eccessivo clamore mediatico lascia inevitabilmente perplessi.
Proprio il clamore mediatico dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni quando si tratta di accertare fino in fondo fatti che riguardano la credibilità delle istituzioni calcistiche. Rinunciare ad approfondimenti investigativi potenzialmente decisivi per evitare il rumore mediatico rischia di trasmettere un messaggio estremamente pericoloso: quello secondo cui l’immagine conta più della ricerca della verità.
Sul piano istituzionale resta inoltre difficile comprendere come Andrea Butti e Giancarlo Viglione, due figure apicali dell’organigramma federale, siano ancora pienamente al loro posto senza che sia stata avvertita nemmeno l’esigenza di una riflessione sull’opportunità politica della loro permanenza.
Sorprende inoltre il silenzio del presidente della FIGC Giovanni Malagò. Una vicenda di questa portata avrebbe probabilmente meritato una presa di posizione a tutela della credibilità dell’intero movimento calcistico italiano, oggi sempre più esposto a un progressivo deterioramento della propria immagine.
Esiste infine un aspetto che non può essere ignorato: il diverso atteggiamento di una parte consistente dell’informazione.
C’è poi un ulteriore aspetto che merita di essere evidenziato e che riguarda il modo in cui una parte dell’informazione ha scelto di raccontare questa vicenda.
È quantomeno imbarazzante, e per certi versi anche disdicevole, assistere al tentativo di alcuni giornalisti dichiaratamente vicini all’ambiente nerazzurro di derubricare l’intera vicenda a semplice “fuffa”. Un atteggiamento che lascia inevitabilmente spazio a una riflessione: se le medesime intercettazioni avessero riguardato la Juventus, qualcuno può davvero sostenere che il tono dei commenti sarebbe stato lo stesso? La risposta appare fin troppo scontata. Ed è proprio qui che il giornalismo dovrebbe dimostrare la propria indipendenza. Quando il metro di giudizio cambia in funzione della società coinvolta, non si è più di fronte a un’analisi equilibrata, ma a un evidente esercizio di disonestà intellettuale.
È vero, allo stato attuale non sono emerse intercettazioni dirette con dirigenti dell’Inter. Ma è altrettanto vero che è lo stesso Gianluca Rocchi a chiamare in causa esponenti della società nerazzurra in alcune conversazioni intercettate. Un elemento che, pur non rappresentando automaticamente una prova di responsabilità, avrebbe quantomeno giustificato ulteriori approfondimenti, soprattutto alla luce del ruolo ricoperto dai soggetti coinvolti e della delicatezza dell’intera vicenda.
Esiste poi un ultimo interrogativo che continua a riecheggiare con forza.
Perché, al di là della Juventus, nessun dirigente delle altre società di Serie A ha sentito il dovere di manifestare pubblicamente indignazione per interferenze che, se confermate sul piano dei fatti, riguarderebbero la credibilità dell’intero sistema arbitrale da un lato e calcistico dall’altra?
Possibile che nessuno ritenga necessario chiedere chiarezza? Oppure il silenzio rappresenta la soluzione più comoda? Perché il timore è che dietro questa apparente indifferenza possa celarsi una sorta di tacito equilibrio, una convenienza reciproca che porta tutti a evitare di sollevare il velo su dinamiche che potrebbero coinvolgere, direttamente o indirettamente, l’intero sistema calcistico.
Il silenzio, in questi casi, rischia di trasformarsi in omertà. E quando nessuno sente il bisogno di pretendere trasparenza, il dubbio che si stia semplicemente cercando di mantenere le acque tranquille arriva inevitabile. Sono interrogativi scomodi, forse persino sgradevoli, ma proprio per questo meriterebbero risposte chiare e convincenti.
Nel 2006 e, più recentemente, durante il caso plusvalenze che coinvolse la Juventus, gran parte della stampa sembrava aver già emesso il proprio verdetto ben prima delle sentenze, contribuendo ad alimentare un clima di colpevolezza preventiva capace di orientare il sentimento dell’opinione pubblica.
Oggi, al contrario, lo stesso sistema mediatico appare sorprendentemente prudente. In molti casi il garantismo è diventato la regola, il silenzio quasi la scelta prevalente.
Non si tratta di chiedere processi mediatici o condanne anticipate. Al contrario, il garantismo dovrebbe valere sempre e per chiunque. Ma proprio per questo dovrebbe essere applicato con la stessa misura, indipendentemente dai colori delle maglie coinvolte.
Anche perché l’Inter, oltre alla propria forza sportiva, può contare su relazioni istituzionali di assoluto rilievo. Basti ricordare il ruolo della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, storicamente vicino ai colori nerazzurri, oltre alle figure già emerse nelle intercettazioni come Andrea Butti e Giancarlo Viglione. Circostanze che, pur non costituendo di per sé elementi di responsabilità, rendono ancora più importante garantire la massima trasparenza e dissipare qualsiasi sospetto.
Adesso la parola passa alla Procura Federale.
Probabilmente non accadrà nulla, e la vicenda finirà archiviata anche sul piano sportivo.
Ma se così dovesse essere, resteranno comunque tutte quelle domande alle quali nessuno, fino a oggi, ha ritenuto opportuno rispondere. E quando le istituzioni smettono di fornire risposte convincenti su temi così delicati, a perdere non è una singola squadra, ma la credibilità dell’intero sistema calcio.